|
"Einstein"
La sera stessa andai con un aerotaxi da un mio amico. Un cyberpunk. Non conoscevo il nome della ragazza e nemmeno il suo indirizzo, il suo lavoro, il paese d’origine. Niente. Ma con l’aiuto del computer del mio amico non era un problema scoprire chi fosse.Un vecchio ascensore, che si muoveva grazie ai campi magnetici, mi portò al centoventicinquesimo piano di un vecchio edificio, alla periferia di T99, settore 85.La porta del mio amico, Einstein (nome datogli dai genitori in onore di un genio vissuto sulla Terra in tempi remoti), era uno schermo di due metri d’altezza per un metro di larghezza.Toccai la piastra di riconoscimento a metà altezza, sulla parete, con la mano sinistra.La parte superiore della porta-schermo s’illuminò. Il faccione grassottello di Einstein apparve all’altezza del mio viso. Il solito messaggio registrato partì mentre ologrammi di personaggi di antiche leggende e popoli di altri pianeti mi circondavano e sembravano danzare sulle note di un concerto per pianoforte di Brahms. - ... affinché venga riconosciuto. La prego di scusarmi per il disturbo.- terminò il messaggio inciso con la voce di Einstein.La porta s’illuminò in tutta la sua superficie e poi si spense. Le luci del corridoio erano debolissime e mi ritrovai quasi nel buio. Poi una spia verde si accese. La porta-schermo mi aveva riconosciuto. Si aprì di lato senza il minimo rumore ed io entrai nell’appartamento di Einstein. Mi chiesi perché non si decidesse semplicemente ad installare un’olo-camera davanti alla porta come facevano in molti. Ma l’unica risposta a questa domanda era chiara nella mia mente: Einstein era un cyberpunk.Einstein volteggiava in aria. Gli unici appigli a qualcosa di solido erano i cavi che gli collegavano il cervello ad apparecchi tecnologici, che ormai solo io chiamavo ancora computer, dei quali poco comprendevo le possibilità d’utilizzo.La stanza circolare dove Einstein giocava al cyberpunk era tappezzata di apparecchiature varie, schermi e spie luminose che lampeggiavano di un’infinità di colori. Mi ricordavano New York in alcuni olo-dipinti di pittori post-ERRORE. Probabilmente Einstein, in questo momento, stava cavalcando qualche ROM in una sfera dati o giocava con i raggi della morte su Sigma II contro le orde di rivoluzionari Serfici. Oppure era in dolce compagnia, con una prostituta che esisteva solo in quella realtà.I versi che produceva però, facevano pensare piuttosto ad una partita all’Haudal.Come mi aveva spiegato una volta, premetti un pulsante rosso (l’unico che non brillava di mille colori alternati) e, poco delicatamente, Einstein si ritrovò sul freddo pavimento di Suto, pietra di un rosso sangue proveniente da Sasani.Ci mise qualche secondo a riprendersi dalla botta, dopo aver superato quel brivido che lo avvolgeva sempre quando si disinseriva dal suo giocattolo. Lo aiutai ad alzarsi mentre staccava cavi, cavetti e circuiti elettronici. - Vecchio amico, come mai da queste parti?- mi chiese Einstein massaggiandosi la schiena dolorante.Aveva stampato in faccia quel ghigno dovuto all’esperienza appena passata. - Avrei bisogno di un favore, Einstein.- dissi io, un po’ imbarazzato. - Cerchiamo di entrare nella stessa sfera dati, Michael.- disse lui muovendosi verso un’altra stanza. - Eh?- fu quello che riuscii a dire. - Volevo dire... spara, sputa il rospo, racconta...- spiegò.- Dimenticavo che tu e i tuoi simili siete ancora legati alla vecchia Terra e siete terribilmente tradizionalisti e conservatori.- - Ancora con questa storia del conservazionismo?- domandai incredulo. - Ok. Ok.- disse con le grandi braccia sollevate in un gesto di resa.- Raffredda i tuoi chip.- - Sei patetico quando parli così.- gli dissi sul punto di ridergli in faccia. - Così come?- chiese lui ed io scoppiai a ridere.Finimmo in cucina. Einstein aprì l’antiquato frigorifero di secoli e secoli fa e mi passò una Coca-cola. Lui si preparò il solito frullato di erbe di Candera, germogli di T.P. e bacche di Vlet. L’intruglio era di un colore verdognolo che mi dava il voltastomaco solo a vederlo. Eppure i cyberpunk lo bevevano sempre, dopo i loro “giochi”. - Così ridi di me, eh?- chiese Einstein prima di ingerire parte dell’intruglio verdastro.Annuii smorzando le risate. - Cosa ti serve?- mi chiese leccandosi i contorni delle labbra per recuperare i residui del frullato. - Devo trovare una ragazza.- dissi.
|