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Invettiva contro gli Italiani PDF Stampa E-mail
Scritto da Re Riccardo (Riccardo Marini)   
Domenica 14 Giugno 2009 17:33
Invettiva contro gli Italiani

Per tutti coloro che non mi conoscono e non sanno le mie velleità letterarie, vorrei riassumere brevemente il percorso attraverso il quale sono giunto alle conclusioni esposte più avanti. Essendo un appassionato di letteratura, in particolare di poesia epica, già fin dai tempi del liceo non ho potuto fare a meno di notare che la letteratura italiana è priva di un vero e proprio poema epico: non esiste infatti, in lingua italiana, qualcosa di paragonabile all’“Eneide”, alla “Canzone di Orlando” o al “Beowulf”, per citare solo pochi esempi. Mi sono chiesto allora il motivo di tale mancanza, ed ho scoperto che la poesia epica è possibile solo in un gruppo umano che abbia una coscienza collettiva e che a tale coscienza sia affezionato. Inoltre, perché di vera epica si possa parlare in una certa comunità, la cultura popolare e quella dotta non devono essere nettamente separate. Sfortunatamente, in Italia, dalla caduta dell’Impero Romano d’Occidente, nessuno di questi due requisiti si è concretizzato. Riflettendo sul primo punto: perché ci sia una coscienza collettiva deve esserci anche un’unità politica ed amministrativa, provvista di un polo culturale centralizzatore (cioè la capitale). In Italia ciò non è potuto avvenire per milletrecento anni: infatti, dalla conquista longobarda alla presa di Roma l’Italia non solo non ha mai avuto un’unità politica, ma non ha nemmeno mai avuto un unico centro che dettasse le regole della società, della lingua, della cultura, della religione, ecc. Da questi presupposti, non mi sembra peregrina la conclusione che, fin dagli inizi della storia “italiana”, ciascuna parte della penisola abbia avuto un’evoluzione indipendente, non riconducibile (se non in misura minima) alle altre. Così come, dalla medesima matrice dell’Impero Romano d’Occidente, hanno avuto i rispettivi albori le odierne Francia e Spagna, così in Italia, in conseguenza delle ripetute invasioni, ciascuna parte in cui essa si è trovata frazionata ha fatto il suo “personale” percorso nella Storia. Non a caso, i dialetti italiani ancora esistenti sono tutti, in pari grado, derivazioni del latino tardo. A ben vedere, ciascuna parte d’Italia in cui oggi si parli un dialetto distinguibile dagli altri, potrebbe essere considerata una nazione a sé, se è vero che la lingua è la prima manifestazione dell’individualità nazionale. E se a questo aggiungiamo il fatto, già sopra ricordato, che ogni parte d’Italia ha nei secoli avuto uno sviluppo storico indipendente dalle altre, non sarà difficile rendersi conto che una “nazione” italiana, unica “dall’Alpe a Sicilia”, non è mai esistita! Per quanto riguarda il secondo requisito per l’esistenza di una nazione (la “comunione” di cultura popolare e cultura dotta), anche questo non si è mai verificato sul suolo italiano: fin dagli inizi della letteratura che noi chiamiamo “italiana” (cioè dal XIII secolo), gli intellettuali hanno sempre lavorato “nelle” corti e “per” le corti. Essi avevano scarsi o nulli legami con la realtà del popolo, e quando nel Rinascimento vennero fondate le prime accademie, i legami si spezzarono del tutto: da quel momento, gli intellettuali italiani vissero in torri d’avorio, avulsi dalla realtà, oseri dire fuori dal mondo, a consumare le loro vite in disquisizioni futili e di relativo valore. Da tutto ciò consegue che il popolo, l’anima di qualsiasi altra nazione, per più di un millennio visse come un semplice “branco di pecoroni”, preoccupati solo di vivere la giornata, senza nemmeno sapere cosa fosse una nazione e senza mai sentirsi parte di qualcosa, se non appunto di un “branco” quando si presentava l’occasione di qualche saccheggio. Con l’andar del tempo, il popolo imparò a diventare impermeabile alla cultura, perché si rese conto che gli uomini di cultura a tutto erano interessati, tranne che a parlare al popolo e per il popolo. Anzi, non mi stupirei se tale branco avesse sempre ignorato la semplice esistenza di una cultura, di una qualche facoltà intellettiva della mente umana. La metafora ecclesiastica del “gregge” per indicare i fedeli non poteva essere più azzeccata. Dunque, ricapitoliamo: dalla caduta di Roma, la penisola italiana si trovò ad essere un gruppo di nazioni, e nessuna di esse aveva maturato un sentimento di identità proprio. Tale sentimento, a guardar bene, non si sviluppò nemmeno a livello regionale o locale, figurarsi su scala “italiana”, come a partire dall’epoca napoleonica iniziarono a pretendere coloro che, nei manuali scolastici di storia odierni, vengono descritti come i grandi patrioti dell’Unità italiana. Mazzini, ad esempio, aveva capito che i sistemi della Carboneria (escludenti le masse da certe conoscenze) erano sbagliati: egli sapeva che le masse avrebbero dovuto essere istruite sulla propria coscienza nazionale, ma era troppo ottimista per ciò che si aspettava. Credeva che, al suono delle trombe, tutti i popoli della penisola si sarebbero “svegliati” come da un profondo torpore, avrebbero riscoperto la loro identità nazionale “italiana” e avrebbero costituito spontaneamente uno Stato nazionale. Peccato, però, che le idee di Mazzini si basassero su una presunta “identità nazionale” derivante ancora dai tempi di Roma antica. Mi pare che egli non si fosse reso conto che, dopo milletrecento anni di storia separata, le varie popolazioni viventi sulla penisola ormai erano irrimediabilmente diverse le une dalle altre (per lingua, cultura, modi di vivere e di pensare, modi di concepire il sacro e il profano, ecc.). Sarebbe come voler fondere, oggi, in un unico Stato spacciandolo per “nazionale”, Italia e Francia, in nome dell’antica derivazione “neolatina” dei due popoli e delle rispettive lingue. Il lettore avrà capito, insomma, che a mio parere il Risorgimento italiano è stato una forzatura in piena regola, basato su infiniti anacronismi e su presupposti sbagliati. Di questa concezione “deviata” del nazionalismo italiano sono sicuramente causa i patrioti più famosi, quelli la cui ideologia, a posteriori, è risultata vincente. Resta il fatto concreto, però, che fin dagli inizi del Risorgimento le popolazioni italiane si dimostrarono poco o nulla entusiaste di queste ideologie unitarie, quando anzi non furono apertamente ostili (basti ricordare gli episodi dei fratelli Bandiera e di Pisacane al Sud, oppure l’indifferenza e l’ostilità con cui venne accolto Carlo Alberto in Lombardia e in Veneto durante la prima guerra d’indipendenza). In base a tutto questo, ora affermo, è impossibile riconoscere un sentimento di appartenenza “nazionale” in popolazioni rimaste divise e indipendentemente evolute per più di un millennio, e come conseguenza di ciò è stata impossibile la formazione di un epos “nazionale” italiano, visto che di nazione, sul suolo della penisola, non ce n’è affatto una. Il brutto è che tale sentimento si ritrova a stento persino a livello regionale o locale, per il fatto, come ho detto sopra, che le masse popolari sono sempre rimaste separate dal mondo della cultura, non quella popolare ma quella vicina al potere. Quindi: niente epica, nemmeno regionale. Inoltre, ci sarebbero da considerare altri due fattori per la mancata coscienza nazionale in Italia: il ricordo di Roma antica e la Chiesa. Il primo è pesato come un macigno sulle ideologie di tutte le generazioni successive alla caduta dell’Impero, impedendo perciò la formazione di una cultura nuova e per certi versi originale. La seconda è sempre stata (ed è ancora) per sua natura una forza sovranazionale, tendenzialmente universalistica, incompatibile fisiologicamente con il concetto stesso di nazione; e il semplice fatto di aver avuto sul suolo italiano la sua sede ufficiale, ha impedito ulteriormente la formazione di una coscienza nazionale, che distinguesse il sé dagli altri. Tutto questo, per me, è potuto accadere in epoche in cui l’alfabetismo era molto basso, e la cultura era patrimonio riservato a pochi. Ma cosa dire della nostra epoca, in cui, grazie ad un’istruzione generalizzata ed a fenomenali mezzi di comunicazione, la cultura è praticamente a portata di tutti? Di certo, nessuno può più dire di essere ignorante “per forza”; caso mai, lo è “per scelta”. Già: quanti italiani conoscono, almeno sommariamente, gli avvenimenti che hanno segnato la storia italiana dalla caduta dell’Impero Romano ad oggi? Quanti conoscono almeno i titoli delle opere di Dante, Petrarca e Boccaccio? Quanti sanno cogliere le differenze profonde fra Italiani e non-Italiani? Soprattutto: quanti sono minimamente interessati a saperlo? Quanti sentono il desiderio spontaneo di conoscere la propria storia, la propria cultura, la propria “nazione”? Pochi, assai pochi. Quanti invece sanno nome, vita, morte e miracoli dei vari calciatori, delle varie veline, soubrette e altro che la televisione (e non solo) propina al volgo? Quanti si preoccupano di mettere da parte il denaro per comprarsi l’ultima novità nel campo della telefonia mobile quando hanno già un cellulare perfettamente funzionante? Queste sì che sono le cose davvero importanti per gli Italiani, e il numero di coloro che concorderebbe si perde, fra tanti zeri! Anche ora che le accademie non sono più le roccaforti della cultura, ora che grazie ad Internet chiunque può sapere teoricamente tutto, il sapere rimane una risorsa inutilizzata dal popolo. Dopo un millennio di disabitudine, molto difficilmente si riuscirebbe a fargli intravvedere la retta via. Se, in passato, la responsabilità per l’ignoranza del popolo poteva essere attribuita ai potenti ed agli intellettuali, oggi non può esserlo: oggi, la colpa è soprattutto del popolo stesso, che non sa perché non vuol sapere. Con questo, ritorno all’argomento con cui ho iniziato tutto il discorso: perché dovrei spaccarmi la testa per cercare un epos impossibile da trovare, tanto più per un pubblico che lo snobberebbe, come se nemmeno volesse dargli il diritto all’esistenza? Già la massa del volgo considera una “violenza” l’obbligo scolastico di studiare i classici, figurarsi comporre un’opera nuova di quel genere. È in momenti come questo che vorrei prendere il popolo italiano per le spalle, fissarlo negli occhi e dirgli: «Vuoi rimanere un pecorone bifolco per il resto della tua vita? Vuoi restare un ignorante incallito, per tua scelta, diventando lo zimbello d’Europa e del mondo occidentale? Allora, così sia: non ho più intenzione di disperarmi per una causa persa come te! Se preferisci correre dietro alle vanità del mondo, fa’ pure; se desideri dimenticare tutto ciò che di buono gli Italiani hanno fatto nei secoli, fa’ pure. Ma non azzardarti mai più ad alzarti davanti ad uno straniero e dire con orgoglio: “Io sono italiano!”, perché commetteresti un atto blasfemo! Il nome d’Italia è troppo sacro per rimanere in bocca ad un essere come te: non ne sei degno! Tutto ciò che puoi dire di te è: “Io sono una massa informe”. Per il resto, taci e rimani il servo dei tuoi bassi istinti: questo è il tuo destino!». Dopo un predicozzo del genere, credo che qualsiasi popolo farebbe almeno un’espressione di sdegno per il proprio orgoglio ferito. Credo che invece il popolo italiano si limiterebbe ad alzare gli occhi come un bambino viziato di fronte al padre, come se volesse dirgli ogni volta: «Hai finito?». In tal caso, se io fossi il padre, non esiterei a dare a questo popolo vile e meschino un ceffone tale da non fargli più alzare lo sguardo di fronte a qualsiasi altro popolo. Meglio sarebbe stato per te, Italia, se mai piedi umani avessero calpestato il tuo suolo, piuttosto che diventare il sostegno di una razza così infima, ormai consumata e priva di genio! Ed io, per non offendere oltre la tua veneranda memoria, dichiaro solennemente al mondo: «Io non sono più italiano!». Ti stimo troppo, per portare ancora il tuo nome. Possa tu, un giorno, tornare ad essere quella terra vergine, accarezzata dal mare e dal sole, che gli antichi poeti cantavano; possa sparire da sopra di te questa malnata razza umana, che ha offeso la tua memoria. Se Dio vuole, così sarà. Vivi felice.

Commenti
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Re Riccardo   |2009-06-14 19:35:15
Jack Shark   |2009-06-15 11:56:40
oooh! Hai finito? Che devo andare a compare l'I-phone!

A parte le battute, ho
letto tutto con molto interesse. Perché non apri un topic sul forum, ci posti
il link del tuo testo e non provi ad aprirne una discussione? Potrebbero venir
fuori cose interessanti...
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